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Brexit, ecco tutte le ripercussioni sull’economia e le aziende italiane

Torniamo ancora oggi ad occuparci della Brexit, con l’avvio del percorso di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea che sembra essere più lento e tortuoso del previsto. Cerchiamo, insieme all’aiuto dei consulenti EGO International Group, di comprendere cosa potrebbe realmente accadere all’economia e alle aziende italiane con l’abbandono della zona UE da parte dei partner del Regno Unito.

Commerci internazionali: l’Italia è uno dei Paesi meno colpiti

La prima rassicurazione che i consulenti EGO International Group riportano, è relativa proprio alle aziende italiane che operano nei confronti del Regno Unito. Stando a quanto affermano i dati statistici relativi ai primi quattro mesi dell’anno in corso, infatti, il 5,2 per cento dell’export italiano è stato diretto verso i destinatari del Regno Unito, con un controvalore di 1,8 miliardi di euro (erano 22,5 miliardi nell’intero 2015). Nello scorso esercizio il commercio estero con il Regno Unito è andato molto bene: si è registrata una crescita del 7,3 per cento, che ha poi rallentato all’1,1 per cento nella parte iniziale del 2016.

Nel dettaglio, l’odierno contributo delle vendite verso il Regno Unito alla crescita dell’export totale è di 0,3 punti percentuali, ovvero dello 0,1 per cento del PIL. I quattro settori più rappresentati sono i mezzi di trasporto (il 15,4 per cento dell’export  totale, e per il 7,6 per cento si tratta di autoveicoli), macchinari (15,1 per cento dell’export totale), alimentari e bevande (12,2 per cento dell’export totale) e prodotti tessili (12,1 per cento dell’export totale). In ogni caso, l’Italia presenta un saldo commerciale positivo nei confronti del Regno Unito (pari a 11,9 miliardi di euro su 45,2 miliardi di euro totali nel 2015, e 898 milioni di euro su 4,5 miliardi di euro totali nei primi 4 mesi del 2016). L’avanzo è particolarmente elevato per tre dei settori sopra accennati: sia sufficiente considerare il surplus degli alimentari (177 milioni di euro nei soli primi quattro mesi dell’anno), della meccanica (174 milioni di euro), del tessile (133 milioni di euro). Anche i metalli e i prodotti delle altre attività manifatturiere (principalmente mobili) sono ben rappresentati, per quanto con surplus più contenuti.

Alla luce delle analisi di cui sopra, e delle previsioni effettuate in seno a EGO, emerge come l’Italia sia uno dei Paesi europei meno vulnerabili: l’export verso il Regno Unito è pari a circa l’1,6 per cento del PIL (meno della metà della media dell’Eurozona). Insomma: il commercio estero verso tale macro area non è certo sottovalutabile, ma per poter avere un impatto apprezzabile sull’economia italiana bisognerebbe stimare dei crolli delle esportazioni molto pronunciati, che per il momento non sembrano essere prevedibili (in linea di massima, bisognerebbe ipotizzare una flessione dell’export di oltre il 10 per cento per poter avere un contributo misurabile in un punto decimale di Pil). Tuttavia, anche in tale scenario l’impatto effettivo potrebbe essere minore in quanto in parte compensato dalle vendite verso altri Paesi. Inoltre, l’apprezzamento dell’euro nei confronti della sterlina dovrebbe essere più che compensato da un deprezzamento del cambio effettivo.

Mercati finanziari, ecco cosa potrebbe accadere

Se dunque le rassicurazioni sembrano essere facilmente formulabili in ambito economico, qualche parola di distinzione occorre riprodurla per quanto concerne l’ambito finanziario. Sostanzialmente, il rischio principale per l’Italia è che il referendum inneschi un aumento dell’avversione al rischio sui mercati e dunque un peggioramento degli indici di rischio sovrano dell’Italia. Nelle simulazioni precedenti l’evento non si escludeva che il differenziale BTP-Bund potesse arrivare a 200 punti base. In realtà, la reazione dei mercati è stata evidentemente molto inferiore a quanto temuto (e le banche centrali hanno probabilmente tirato un sospiro di sollievo, visto e considerato che per ora non sembra esser necessario un loro drastico intervento aggiuntivo), arrivando a superare di poco i 30 punti base di allargamento: la presenza del PSPP, l’aspettativa di possibili misure aggiuntive da parte della BCE e la natura molto indiretta dello shock spiegano la reazione contenuta. Insomma, a una settimana dall’evento, il rendimento del BTP decennale è più basso rispetto ai giorni precedenti il referendum e il Tesoro italiano ha realizzato senza alcun problema e senza incrementi di costo il previsto collocamento di debito a medio/lungo termine. Gli altri canali di trasmissione (esposizione del sistema bancario ad attività emesse nel Regno Unito, rilevanza degli investimenti diretti da e verso il Regno Unito) – sottolineano gli analisti ISP – risultano in base a tutti i principali indicatori numericamente poco rilevanti e non in grado di avere effetti apprezzabili sull’attività economica in Italia (a differenza che in altri Paesi europei).

Se desiderate saperne di più, vi consigliamo di contattare i consulenti EGO International Group, ai seguenti recapiti: marketing@egointernational.it