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Ceramica: solo l’export ci salverà

Quanto sta emergendo all’interno del Cersaie 2014, la 32ma edizione della Fiera internazionale dedicata alla Ceramica (e non solo, considerando che da quest’anno sono presenti anche altri materiali come il marmo e il parquet), è un orientamento piuttosto palese, peraltro ben esplicitato dalle principali rappresentanze presenti: solamente l’export ci salverà dalla crisi del settore italiano.
 
Ad esserne convinto è innanzitutto il presidente di Confindustria Ceramica, Vittorio Borelli, che sulle pagine de La Stampa ricorda come “il dato complessivo positivo, con un più 4% di fatturato.
Ci siamo però arrivati fra alti e bassi, con sensibili differenze fra i mercati: se l’export ha fatto registrare un aumento del 7,25%, raggiungendo un più 11,41% nei paesi dell’Unione europea, il mercato nazionale rimane ancora depresso, con un calo del 7,20%”. In altri termini, il saldo è positivo solo ed unicamente grazie alla buona crescita delle esportazioni e, ancor di più, dal fatto che proprio il commercio estero rappresenta l’80% delle 156 aziende del comprensorio ceramico (concentrate prevalentemente nella zona di Sassuolo). A conferma di ciò, le ulteriori dichiarazioni di Borelli, impietoso – ma quanto mai ragionevole e oggettivo – su quanto accade all’interno del mercato tricolore: “L’edilizia in Italia non è ancora ripartita” – afferma il presidente – “la catena distributiva è debole, manca la liquidità così come la fiducia dei privati, per cui quelli che dovrebbero ristrutturare aspettano a farlo. E’ colpa di un clima generale dove tutto è dipinto in grigio, se non in nero, per cui la gente preferisce tenersi i soldi in tasca”.
 
Dimenticandosi dei problemi interni (peraltro, rappresentati non solamente dalla crisi delle vendite, quanto anche da problemi strutturali, dalla mancanza di interventi pianificati, da una burocrazia sfiancante e da un costo elevato dell’energia), l’ottimismo è pertanto tutto incentrato sull’ estero. Merito, naturalmente, dello straordinario valore del made in Italy di settore, tanto che i mercati mondiali alla ricerca di un prodotto di qualità difficilmente rinunciano al valore aggiunto conseguibile mediante le produzioni tricolori. “Siamo anni avanti” – afferma in merito Borelli, ancora sulle pagine del quotidiano torinese – “tant’è vero che in Francia e Germania abbiamo una crescita a due cifre. I nostri comprensori d’altra parte lavorano anche come piattaforme logistiche, il che viene molto apprezzato a livello europeo”. Ma dove esportiamo? E con che caratteristiche? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.
 

L’export italiano del settore “parte” princi
palmente dalle grandi regioni produttive del Centro Nord Italia: Emilia Romagna, Veneto, Lazio, Lombardia e Toscana rappresentano i primi cinque poli di provenienza tricolore. Per quanto invece concerne i mercati di destinazione, riscontriamo un ottimo grado di assorbimento in Francia e in Germania, primi due mercati europei, con un incremento particolarmente dinamico supportato dalle stesse dichiarazioni di Borelli. Al di fuori dei confini UE, ottimo è il posizionamento nei mercati di Stati Uniti e Russia, e forte è la crescita verso l’Asia, dove il prodotto italiano di settore è sempre più apprezzato.
Sotto il profilo concorrenziale, la ricerca e l’accuratezza delle produzioni italiane sembrano poter ergere le manifatture locali ad un livello qualitativo di difficile paragone, in grado di costituire un valore aggiunto fondamentale. Tralasciando gli aspetti qualitativi e di posizionamento relativo, l’export quantitativo più incisivo è rappresentato dalle produzioni cinesi.

La produzione italiana si concentra nel comparto dei prezzi elevati (oltre media) per più del 65% della produzione, garantendo quindi alle imprese italiane operanti nel settore delle marginalità piuttosto proficue.

 
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