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Export, arrivano i MINT


Un tempo
 c’era solo la Cina.
Quindi, giunsero i
BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) e, infine, i BRICS (con l’aggiunta del Sudafrica). Ebbene, il tempo dei mercati emergenti “tradizionali” sembra essere terminato,considerato che gli stessi da “emergenti” sono diventati “emersi”, e che pertanto gli esportatori italiani e europei necessitano di individuare nuovi approdi convenienti per i propri business internazionali. Sancito quanto precede, è lecito poter parlare di una rapida migrazione dal contesto BRIC a quello dei MINT, nuovo termine coniato da Jim O’Neil, noto economica britannico ed ex chief economist di Goldman Sachs, già inventore dell’acronimo BRIC (nel 2001) e ora artefice del nuovo termine, ad indicare Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia quali nuove quattro economie emergenti più brillanti del Pianeta.

Per poter confutare la propria tesi e il proprio entusiasmo nei confronti di tali quattro giovani economie, al recente Workshop Ambrosetti O’Neil ha mostrato un grafico del Fondo Monetario Internazionale nel quale vengono compiute interessanti proiezioni sulle maggiori economie del Pianeta.

Ebbene, nel 2050 l’economia più importante del mondo sarà la Cina, con un peso pari al 23% del Pil, contro il 13% degli Stati Uniti e l’8% dell’India. A seguire si individuerebbero il Brasile (4%), il Giappone (3%), la Russia (3%), l’Indonesia (3%), il Messico (2%), la Gran Bretagna (2%) e la Germania (2%). Allargando lo sguardo ai primi quindici posti, emerge come i “vecchi” BRIC compaiano tutti nei primi sei posti, mentre i nuovi MINT posizionerebbero comunque le proprie economie nei primi quindici posti della classifica.

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Re-shoring

In ogni caso, al Workshop Ambrosetti non si è parlato solo del passaggio da BRIC a MINT, o di statistiche sull’evoluzione del peso delle singole economiche sul Pil mondiale. Una importante sede di analisi è stata quella sul fenomeno del re-shoring, ovvero il ritorno delle attività manifatturiere dal continente asiatico agli Stati Uniti. Un fenomeno che potrebbe togliere parte del “lavoro” produttivo alle economie asiatiche, rallentando in tal modo lo sviluppo delle economie emergenti (anche in virtù del fatto che il costo del lavoro, un tempo estremamente competitivo rispetto alle economie occidentali, sta ora crescendo lentamente per dirigersi, un futuro, verso gli standard del resto del mondo). 

Il fenomeno non dovrebbe tuttavia produrre troppi guai all’Asia e alle altre macro aree su cui vi è stata una massiva delocalizzazione negli scorsi decenni. A confermarlo, dalle pagine de Il Sole 24 Ore, è Nani Beccalli Falco, presidente di Ge Europa Italia, che invita alla massima prodenza, considerando che “non è facile disinvestire e tornare in Occidente. Parlerei piuttosto di un nuovo fenomeno, il cosiddetto nearshoring, ovvero la delocalizzazione di linee di produzione in luoghi più vicini ai mercati di origine“.
Sulle pagine dello stesso quotidiano trovano spazio anche le dichiarazioni di Nouriel Roubini, colui che a metà dello scorso decennio predisse la crisi dei mutui subprime: “il recente rallentamento dei mercati emergenti con il conseguente calo delle relative monete, è causato da quattro fattori economici: il calo dei prezzi delle materie prime, la frenata del Pil della Cina che potrebbe essere né hard landing né soft landing ma comunque di atterragio si tratta; da squilibri nelle partite correnti e di disavanzi nei conti pubblici interni e da una difficoltà di operare le riforme strutturali nei mercati del lavoro, dei beni e servizi, scelte che sono sempre impopolari ad ogni latitudine“.

 Messico

Il Messico è uno dei mercati emergenti che più di ogni altro sta riscuotendo particolare interesse da parte degli investitori stranieri. Alla base di tali considerazioni vi sono la disponibilità di un sistema economico e di finanze pubbliche sostanzialmente stabili e consolidate, una produttività interna lorda in continua crescita, e il suo ruolo di fulcro e di crocevia tra scambi miliardari nell’area dell’America Latina.
La popolazione messicana è inoltre mediamente molto giovane, e la formazione di un ceto medio sempre più solido può permettere l’emersione di nuovi modelli di consumo di orientamento occidentale. Per le imprese che investono nel Paese, altri vantaggi sono rappresentati dalla disponibilità – a buon costo – di manodopera qualificata, e una classe dirigente che ha trovato profonda formazione nel Nord America.

Indonesia

Tra i principali punti di forza dell’economia indonesiana vi è un fondamentale elemento anagrafico: l’età media della popolazione del Paese (circa 250 milioni di persone) è infatti di circa 25 anni, ed è supportata da una capacità di spesa in continua crescita. Giovane età media della popolazione locale, e allargamento e potenziamento del ceto medio, costituiscono due degli aspetti sui quali gli esperti stanno cercando di basare le loro convinzioni sulle opportunità di investimento a breve e medio termine sull’economia nazionale.
Tra i tanti che si dichiarano convinti di ciò vi è Anthony Eaton, fund manager del JM Finn Global Opportunities Fund, secondo cui “i consumatori indonesiani hanno a disposizione un reddito sempre crescente“. Non solo: a cambiare non è solamente il quantitativo di denaro nel portafoglio, ma le tendenze di acquisto: “i giovani indonesiani non vogliono più le biciclette, ora cercano di acquistare auto“. Quanto basta, evidentemente, per elevare l’Indonesia a metà commerciale preferenziale nel continente asiatico.

Nigeria

La Nigeria è di gran lunga il mercato africano sul quale si stanno concentrando le maggiori attenzioni da parte degli investitori stranieri.
Le determinanti alla base di tale valutazione positiva sull’economia locale sono numerose, ma sono comunque sintetizzabili in due elementi di fondamentale concezione.
Il primo, senza ombra di dubbio, è relativo al fatto che la Nigeria non è “sovraindebitata” come i suoi vicini intracontinentali. Questa situazione “privilegiata” permette al governo (almeno teoricamente) di poter godere di una maggiore elasticità nella valutazione di strategie di costruzione infrastrutturale e, di conseguenza, nella creazione di più posti di lavoro e, in ultima istanza, di maggiore spesa da parte dei consumatori.
Il secondo punto di grande attenzione è relativo alle caratteristiche del tessuto commerciale: contrariamente ad altri Paesi africani, infatti, in Nigeria il mercato è dominato da un piccolo numero di venditori. Ne consegue che la competizione è meno intensa rispetto alle economie sviluppate, e che l’identificazione dei leader presenti può portare altresì a valutazioni inter-settoriali (alcune grandi compagnie sono leader in più settori contemporaneamente), in grado di condurre a elevati valori aggiunti.

Turchia

La Turchia potrebbe costituire l’opportunità più ghiotta per le imprese italiane: rispetto agli altri mercati di nuova emersione, è geograficamente più vicino, e maggiormente in grado di essere interpretato con l’attuale base di conoscenze e di valutazioni. Il problema è tuttavia un altro: riuscirà il Paese a risolvere le proprie turbolenze politiche, che tanto – negli ultimi anni – ne hanno condizionato le possibilità di sviluppo? Se la risposta alla domanda che precede sarà positiva, la Turchia potrebbe diventare l’economia europea a maggior tasso di crescita, spazzando via senza grandi difficoltà le possibilità che tale primato possa essere messo in discussione da competitors continentali.
Così come l’Indonesia, la popolazione turca ha un’età media molto giovane (quasi metà della sua popolazione – 80 milioni di persone – non ha ancora compiuto 25 anni). Rispetto all’Indonesia, tuttavia, la Turchia può vantare una posizione geografica fortemente strategica (tra l’Asia e l’Europa), e può rappresentare una potenziale porta privilegiata di ingresso nel mondo mediorientale. Quanto basta per rendere il Paese un interessante sbocco commerciale non solamente per poter fruire delle già rilevanti occasioni interne, quanto anche per poter godere di una sua funzione da “intermediaria” logistica (e non solo) nei confronti degli altri mercati meno vicini.

I pregiudizievoli, ad ogni modo, non mancano. Secondo quanto affermava Henrietta Seligman, analista alla Somerset Capital Management, “la capacità di sbloccare il potenziale di crescita della Turchia è soggetta a diversi ostacoli che, attualmente, stanno trattenendo lo sviluppo economico“. Tra i tanti, “il grande deficit corrente e la difficoltà di conseguire una situazione politica stabile, che allontana gli investitori a impiegare i propri sforzi nel Paese“.