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Export Asia: come cambia il panorama per le imprese italiane

 

Come sta cambiando la rotta commerciale delle imprese italiane in Asia? E quali sono oggi (e, a maggior ragione, quali saranno in futuro) i Paesi più appetibili per l’export delle PMI nel continente orientale?

 

Elaborare una risposta a tali questioni non è certo facile. Tuttavia, anche incrociando le previsioni Sace, il quotidiano Il Sole 24 Ore ha cercato di fornire un riscontro puntuale, partendo dai dati più noti e consolidati: la Cina – pur nell’attuale momento di transizione, e l’India – sempre più in odor di rapida modernizzazione, continueranno a rappresentare le destinazioni più gettonate, unitamente all’Asean, il gruppo di 10 Paesi della macro area, tra cui spiccano alcune tigri economiche.

                             

In futuro, però, il ventaglio delle opportunità territoriali in capo alle imprese italiane sarà più ampio e diversificato. A Cina, India e Asean, infatti, per Sace si affiancheranno Bangladesh, Filippine, Sri Lanka, Mongolia e Myanmar (sebbene, si può osservare, due di tali quinti già appartengono all’Asean): mercati che al momento sono equivalenti a piccole e grandi scommesse, ma che un domani non troppo lontano dovrebbero potersi elevare con facilità a piacevoli realtà commerciali in favore delle piccole e medie imprese italiane a caccia di ottimi affari nelle aree emergenti del globo.

                         

Dunque, Cina e India sì, ma Asean pure. A sostenerlo, sulle pagine dello stesso quotidiano, è Alessandro Terzulli, capo economista della Sace, secondo cui “il volano dell’Asean è stata la sua grande capacità di attrarre gli investimenti esteri”, tanto che negli ultimi 10 anni i capitali stranieri diretti in questa zona sono praticamente triplicati, con un incremento di oltre il 22% annuo. “Anche i consumi sono un elemento importante di quest’area – prosegue Terzulli – perché sono Paesi caratterizzati dalla presenza di una classe media emergente in costante crescita”

 

Stabilito quanto precede, giova segnalare come la presenza dell’Italia nell’Asean sia già ben radicata, con circa 400 imprese (più di quelle presenti in India), pur con concentrazione elevata (un quarto) nella sola Singapore. L’export italiano nell’area è oggi pari a 7, ma Sace sostiene che entro il 2018 il volume potrebbe crescere per altri 1,5 miliardi di euro.

Ma perché val la pena puntare l’attenzione soprattutto su due di questi mercati, Filippine e Myanmar? È ancora Terzulli a ben ricordarlo, con affermazioni facilmente condivisibili. “Per quanto concerne le Filippine, esse rappresentano un mercato poco noto soprattutto per noi italiani, e in questo senso sono una frontiera. Ma dal punto di vista del business costituiscono forse il mercato più avanti fra tutti e cinque. Lo sviluppo delle Filippine è stato rapidissimo, diciamo dal 2010 in avanti. Ma la cosa più eloquente è la qualità del contesto operativo”. Nel mercato, i servizi sono facilmente accessibili e la manodopera è qualificata, mentre la lingua (inglese) e la religione (cattolica) avvicinano il Paese all’occidente.

Di interesse, sostiene Sace, anche il Myanmar, che “pur partendo da zero, è un Paese che si riapre al mondo dopo parecchi anni e possiede un notevole potenziale in termini di risorse naturali”. E, ulteriormente, il sottovalutato Bangladesh che, precisa Terzulli “sta diventando il nuovo polo manifatturiero asiatico per le produzioni del comparto tessile. Il settore occupa 4 milioni di persone, rappresenta il 13% del Pil e genera oltre 20 miliardi di export. Per l’Italia si aprono interessanti opportunità nella vendita di macchinari: non dimentichiamo che nel meccanotessile vantiamo una indiscussa leadership internazionale, anche rispetto ai tedeschi”.

 

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