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Export made in Italy, quanto ci costa la crisi con la Russia?

 

I rapporti tra l’Italia (o, meglio, l’Unione Europea) e la Russia si sono resi via via sempre più complessi nel corso degli ultimi anni. E non si pensi che la sola crisi – pur grave – con l’Ucraina sia una parentesi autonoma rispetto ad altre determinanti: la criticità con i vicini di Kiev ha infatti dato il via libera a una fuga di capitali sempre più ingente, cui ha fatto seguito uno scossone valutario non irrilevante in seguito alla lessione delle quotazioni del rublo e, per l’economia moscovita, il crollo dei prezzi del greggio, che rappresenta circa il 70% di tutto l’export russo. Dunque, un contesto non certo agevole e di facile interpretazione, che non può che aver provocato serie ripercussioni anche alle esportazioni del made in Italy. Ma quanto sono ampie tali conseguenze?

 

Al fine di cercare di quantificare il malus determinato dalla crisi della Russia all’exportitaliano, non possiamo che partire dagli ultimi dati ufficiali, forniti dall’Istat in relazione ai primi dieci mesi dell’anno. Secondo l’Istituto nazionale di statistica, l’export italiano verso la Russia nel corso del periodo gennaio – ottobre 2015 ha ceduto circa il 27 per cento del suo valore originario, per un valore assoluto che sfiora i 2,2 miliardi di euro. Il che, in fin dei conti, sta a significare che l’attuale situazione internazionale determinata (anche) dalla Russia costerà alle aziende italiane almeno 3 miliardi di euro (al malus russo occorre infatti aggiungere il margine che si sta generando nei confronti dell’Ucraina), che diventano 4,5 miliardi se si prende in considerazione il picco di vendite toccato nel 2013.

Ad aggiungere ulteriore complessità a quanto precede, il fatto che i pregiudizi sofferti dall’export italiano siano in grado di riguardare quasi tutti i settori del nostro commercio. I macchinari perdono il 22% del loro valore di commercio estero, le auto il 64%, gli elettrodomestici il 40%, l’abbigliamento, il tessile e le calzature il 33%, gli alimentari e le bevande il 37%, i prodotti chimici il 10%. Insomma, una flessione generalizzata, che non può che determinare delle ricadute sul fatturato delle imprese tricolori.

Tutto perduto, dunque? Non proprio. Perchè se è vero che quella che qualche giorno fa il quotidiano Il Sole 24 Ore ha definito una “tempesta perfetta“, riferendosi all’economia moscovita nel 2015 (attualmente in recessione, con il Pil del terzo trimestre in flessione del 4,6%), è anche vero che – come ribadito in più occasioni dai consulenti di Ego International Group – è ancora utile presidiare con insistenza il mercato russo, in attesa di una ripartenza dei commerci (ne è conferma tangibile il fatto che alcune delle principali corporate italiane abbiano confermato i propri progetti di espansione strategica in Russia). Non solo: un’adeguata diversificazione geografica del proprio portafoglio può permettere di reagire positivamente a questi e altri shock. Volete saperne di più? Contattate i consulenti Ego per una primo, gratuito, incontro.