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Export vino, occhi puntati sulla Cina

La Cina è il secondo produttore di vino del Pianeta. Ma i nostri occhi e le nostre attenzioni sono concentrate altresì su un altro dato, del quale si sta cominciando a parlare con maggiore attenzione nel corso di questi mesi: la Cina, entro il 2027, sarà infatti il Paese dove se ne berrà di più. E considerando che a dirlo sono i francesi di Coface, con i transalpini particolarmente preoccupati della concorrenza esercitata dagli asiatici, c’è di che fidarsi.

Stando al report di Coface, nel 2027 la Cina sorpasserà i Paesi di testa nella classifica dei produttori: Francia, Italia, Germania e Stati Uniti. Tuttavia, attenzione a non cedere alle facili paure: la Cina produrrà tanto vino, ma di qualità tendenzialmente molto bassa, non riuscendo dunque a scalfire le posizioni di leadership per quanto concerne i produttori europei di fascia prelibata.

Pertanto, occhi aperti sul secondo dato di rilievo, quello degli acquisti. Con il raddoppio del consumo, intorno ai 30 milioni di ettolitri (circa 2 litri per abitante all’anno, contro più di 40 litri a testa ogni anno in Francia) la Cina è a ridosso degli Stati Uniti, e si appresta a consolidare la sua quinta posizione odierna nella classifica mondiale di consumo di vino con 16 milioni di ettolitri nel 2014.

Numeri di significatività evidente, che tuttavia ben presto saranno poca cosa, se confrontati con le previsioni di crescita di qui ai prossimi 10 anni. Ne consegue che l’attuale panorama dei consumi globali (Stati Uniti, Francia, Italia e Germania si spartiscono quasi la metà del consumo mondiale di vino, secondo i dati dell’organizzazione internazionale della vigna e del vino) sarà presto destinato a mutare radicalmente. Ma per quale motivo?

A voler riassumere quali sono le determinanti della straordinaria crescita dei consumi cinesi, si potrebbero ascrivere tre principali fattori. Il primo, facilmente intuibile, è puramente di natura demografica, con la popolazione urbana cinese che continua a crescere insieme al miglioramento della qualità della vita, secondo gli esperti di Coface, tanto che attualmente il 56% dei cinesi vive in città (ma la percentuale nel 2027 salirà all’80%, toccando dunque proporzioni paragonabili a quelle di Europa e Stati Uniti).

La seconda motivazione è di natura economica. La classe media cinese è sempre più numerosa e, dunque, sta aumentando in modo radicale la quota di coloro che possono permettersi di comprare vino con frequenza (un prodotto che è relativamente caro quando corrisponde agli standard internazionali). La terza e ultima ragione è di natura culturale: sia sufficiente ricordare che in Cina il consumo di vino (rosso, ma non solo) è considerato generalmente un fattore positivo per la salute, specialmente per la frequenza cardiaca.

Per questi motivi (e non solo, come intuibile), la Cina ha scelto di piantare vigneti in enorme estensione, al punto da diventare l’anno scorso il secondo produttore del mondo, dietro la Spagna, ma davanti alla Francia, con circa 800 mila ettari coltivati, pari a quasi l’11% della superficie mondiale contro il 4% quale era quella di dieci anni fa nel paese.

Eppure, nonostante questa impennata nella produzione, la Cina non riesce a produrre abbastanza vino per poter soddisfare la domanda interna. La produzione si attesta infatti intorno a 11,2 milioni di ettolitri, con conseguente import per circa 5 milioni di ettolitri.
Ma come rapportarsi con questa concorrenza galoppante? C’è realmente da aver paura della competizione asiatica?
Come avviene con qualsiasi altro comparto di riferimento commerciale, i consulenti Ego International sintetizzano adeguatamente l’attuale panoramica e quella previsionale: a preoccuparsi non dovranno certamente essere i produttori di vino di qualità, la cui concorrenza cinese verrà applicata in minima parte. Se infatti gli accordi di libero scambio fra la Cina e l’Australia, il Cile, la Nuova Zelanda favoriscono questi paesi esportatori di vino che sono esonerati dalle tasse e creano una nuova concorrenza agli esportatori tradizionali sul segmento basso e medio, è anche vero che il margine di manovra per i produttori del vecchio Continente resta importante.

Insomma, se attualmente i tre Paesi più importanti dell’export di vino europeo coprono i due terzi delle esportazioni (sia per quanto attiene il valore, che per quanto attiene il volume), lo stesso potrebbe avvenire nel prossimo futuro. La Francia, che l’ha capito piuttosto bene, ha preferito perseguire una politica della qualità piuttosto che una inutile strategia della quantità. Lo stesso potrebbe dirsi del vino italiano di qualità, che non ha nulla da temere rispetto alla concorrenza di livello medio basso, come quella cinese. Qualche timore in più per i produttori spagnoli, la cui qualità vitivinicola, immessa nel mercato internazionale, potrebbe entrare in conflitto con quella cinese.

Se desiderate saperne di più sul futuro dell’export di vino italiano nel mondo, e desiderate altresì saperne di più sulle opportunità di commercio internazionale per le vostre produzioni, vi consigliamo di consultare i consulenti Ego International, all’indirizzo di posta elettronica qui indicato: marketing@egointernational.it