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FOCUS PMI (1). Le prospettive per il 2012

Non è un termine entrato nell’uso comune come lo spread, ma poco ci manca. Il credit crunch, altra parola inglese che indica la stretta creditizia delle banche, è diventato dall’inizio della crisi economica il nuovo spauracchio degli imprenditori italiani, e non solo. Quasi più temuto delle tasse e del mancato pagamento dei crediti. Secondo gli ultimi dati Istat, nel triennio 2007-2010 la richiesta di linee di credito da parte delle piccole e medie imprese è aumentata di quasi il 20%. Nel periodo considerato più di un’azienda su due ha chiesto finanziamenti, contro il 36,5% del triennio precedente.

 

A fronte di questa maggiore richiesta le banche, preoccupate dalla solvibilità dei creditori e dal diverso grado di tossicità delle obbligazioni statali in pancia ai loro bilanci, si sono tirate indietro. Le imprese che hanno beneficiato di mutui e finanziamenti sono passate infatti dall’87,5% nel 2007 al 79,8% nel 2010. Per un’economia basata sul debito come quella italiana, si tratta di una mazzata in grado di scoraggiare anche gli imprenditori più ottimisti.

Lo studio Istat mette in luce anche un altro aspetto interessante. Se solo l’1% delle imprese  ricorre al capitale di rischio per finanziarsi, in tre anni è raddoppiata (passando dal 14,7% al 28,3%) la percentuale di aziende che ha ricercato finanziamenti con strumenti diversi, quali credito commerciale, scoperti bancari, anticipazioni della clientela, sussidi pubblici, leasing e prestiti agevolati.

A dicembre la Commissione europea ha presentato un nuovo progetto di regolamento con il quale facilitare l’accesso delle piccole e medie imprese proprio al capitale di rischio. Il tentativo è di offrire alle società nuove forme di finanziamento che vadano oltre il tradizionale canale bancario.
In questi ultimi anni, il venture capitalism ha messo radici soprattutto nei paesi anglosassoni, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. In Europa continentale esiste soprattutto in Francia e in Danimarca. Ostacolo normativi e burocratici ma anche culturali ne hanno frenato la crescita negli altri stati membri dell’Unione, tra cui l’Italia.