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FOCUS PMI (2). Le prospettive per il 2012

Oltre al temuto credit crunch, la stretta creditizia delle banche, le imprese italiane sono messe alle corde anche dal ritardo nel pagamento dei crediti. Ma se la diffidenza degli istituti bancari a concedere prestiti è un fenomeno tutto sommato recente, che coincide con l’inizio della crisi economica, il ritardo dei pagamenti è cosa nota agli imprenditori, soprattutto se c’è di mezzo la Pubblica amministrazione. A oggi i crediti che le aziende vantano nei confronti dello Stato ammontano a 70 miliardi di euro, una situazione che non ha eguali in Europa. E le cose non vanno molto meglio nemmeno quando si fa riferimento a transazioni commerciali, perché anche le grandi aziende, sempre più spesso, saldano dopo mesi i propri debiti.

 

Qualche numero: nel 2010 per le aziende che lavorano con la Pubblica amministrazione i pagamenti sono stati onorati dopo 180 giorni (+52 giorni rispetto al 2009) con un ritardo medio, nei confronti dei termini contrattuali, di 90 giorni. Prassi adottata anche in Europa? Neanche a parlarne: in Francia le fatture vengono pagate a due mesi, nel Regno Unito a 47 giorni e in Germania a 35 giorni. Per ciascuno di questi Paesi le scadenze di pagamento si sono accorciate, anche se di poco, rispetto al 2009. Da noi è andata diversamente, e nel computo dei ritardi nei pagamenti della Pubblica amministrazione si sono aggiunti, nell’anno appena concluso, altri 52 giorni. A conti fatti, nel 2010 un imprenditore che ha venduto un bene o un servizio allo Stato ha dovuto aspettare sei mesi prima di incassare anche un solo euro.

Secondo la stima della Cgia di Mestre questi ritardi costano alle imprese 10 miliardi di euro l’anno.
Per sopperire alla mancanza di liquidità che ne deriva, le aziende sono costrette a ricorrere a prestiti bancari per finanziare l’attività. A questo extraonere sono da includere anche i costi delle risorse umane impegnate nel sollecito dei pagamenti, o quelli da sostenere quando si è costretti a rivolgersi ad un legale o ad una società di recupero crediti. Alla fine dei conti, agli imprenditori cosa resta?