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L’export salva anche il cinema italiano

In queste settimane stiamo cercando di analizzare in che modo, e con che entità, le esportazioni stiano permettendo di salvaguardare lo sviluppo dei settori industriali nazionali. Un recentissimo rapporto Unindustria dimsotra come la strada straniera sia via obbligata anche per le produzioni cinematografiche italiane, sempre più alle prese con la crisi della domanda locale, con contrazione dell’8 per ento negli incassi e del 10 per cento nelle presenze ai botteghini.

 

Al fine di controbilanciare la crisi della domanda locale, si moltiplicano le iniziative per stimolare l’export di professionalità e di produzioni italiane all’estero: non a caso, riportava pochi giorni fa l’edizione online de La Repubblica, a Roma è stato presentato l’interessante analisi “Progetto di internazionalizzazione delle imprese dell’audivisivo”, dove si è avuto modo di sottolineare come nella media dell’ultimo decennio, l’export dei prodotti audiovisivi della Capitale è riuscito a rappresentare circa l’80 per cento dell’export di settore. Esportazioni molto concentrate, pertanto, sebbene con una quota di mercato romana che ha visto un rapido deterioramento nel corso dell’ultimo quadriennio.

Ad ogni modo, invero pochi dubbi vi sono sulle possibilità di ripresa del cinema italiano e sulle ragioni di tale possibile inversione di tendenza: con il crollo delle motivazioni interne (perfino il 3D, annunciato come la panacea dei potenziali mali, sta facendo ricredere gli osservatori più ottimisti), le produzioni audiovisive devono puntare necessariamente ai mercati esteri. Le prospettive più interessanti – afferma il rapporto – vengono in merito dall’Asia e dai Paesi del Sud del Mediterraneo.

L’esempio più promettente è invece quello transalpino, visto e considerato che la Francia è il Paese con il più alto numero di coproduzioni tra i cinque principali Paesi europei: coproduzioni che possono costituire una componente determinante per l’internazionalizzazione del cinema italiano, che dovrà esser sempre più predisposto a parlare (anche) una lingua straniera.