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L’Italia che vorrei: visione da “sogno” sul futuro dei giovani. Ma quanto utopistica?

Di recente pubblicazione, e di ancor più valida attualità, il volume L’Italia che vorrei, edito da Marsilio, è una lunga intervista che Fabio Franceschi, titolare di Grafica Veneta (un piccolo “miracolo” italiano, che negli ultimi 15 anni ha moltiplicato di quasi 200 volte il proprio fatturato) ha rilasciato a Stefano Lorenzetto. La giusta occasione per fare il punto sulla condizione economica e lavorativa dei più giovani, e sognare un futuro migliore.
“Con 3,5 milioni di persone senza lavoro e un tasso di disoccupazione intorno al 13%, che nel primo trimestre del 2014 è salito al 46% nella fascia di età dai 15 ai 24 anni, che cosa può esservi per i giovani, se non le briciole che cadono dalla tavola di un Paese in retromarcia, sempre più povero, dove fino a ieri s’è sperperato e fatto baldoria? Il mio più grande rammarico è che lasceremo ai nostri figli – e soprattutto a quelli del Sud, dove 61 su 100 dei ragazzi sotto i 25 anni non troveranno mai lavoro – un’Italia peggiore della nostra, che pure veniva fuori dall’apocalisse della seconda guerra mondiale. Un’Italia che non ha più stimoli, opportunità, speranze: ha solo debiti” – dichiara Franceschi. Ma di chi la colpa? Certamente, non degli stessi giovani che, ricorda l’imprenditore, sono “eccellenti, culturalmente preparati, pieni di buona volontà. Li ammazziamo prim’ancora che si aprano alla vita. E abbiamo pure il coraggio di avvilirli, di sputargli in faccia, d’infliggergli la paternale: eh, però ai miei tempi ci impegnavamo di più… Ma ai miei tempi cosa? Questi qui, poveracci, si stanno facendo un culo a capanna, escono dall’università con 110 e lode, potrebbero scinderti l’atomo a tempo perso e invece si accontentano di qualche stage a 500 euro al mese, quando va bene”.

Una croce, dunque, per gli stessi giovani. Ma una delizia per tutti coloro i quali possono conferire l’opportuna fiducia alle stesse fresche generazioni, fornendo le giuste chance. “ La mia fortuna sono i giovani, gente come l’amministratore delegato della Grafica Veneta, che ha solo 36 anni ed è un fenomeno, non c’è persona al mondo in questo momento di cui io mi fidi di più. Gente onesta!” – esclama Franceschi, come da estratto del libro, disponibile sul sito de Il Sole 24 Ore – “Vi sfido, vecchi babbioni, a trovarmi un ragazzo che si sia macchiato delle ruberie che avete compiuto voi fin da quando avevate la sua età. È una questione antropologica, persino genetica, credo: gli anziani venivano fuori dalle tragedie del periodo bellico, quando si doveva sgraffignare per poter sopravvivere, ma i giovani di oggi non hanno questa parentesi nera nel loro animo, non vedo voracità nella loro indole”.

Ma cosa fare nel prossimo futuro? Quale è la ricetta della “salvezza economica”? “Per carità” – aggiunge Franceschi – “possiamo raccontarci che sarebbe un grande passo avanti la detassazione completa sulle nuove assunzioni, così come la deregolamentazione del lavoro in entrata e in uscita o la detassazione degli utili reinvestiti e degli straordinari. O i rimborsi dell’Iva nei tempi commerciali, da 60 a 90 giorni, per non sottrarre liquidità alle imprese, o l’obbligo di versare l’imposta solo dopo l’avvenuto incasso delle fatture, per non penalizzare ulteriormente le aziende già alle prese con la clientela insolvente. Ma temo che questo non basti. Servirebbe prima un’iniezione di fiducia. Ci vorrebbe l’avvio di un circolo economico che rimettesse in movimento quegli 8,5 miliardi di risparmio privato fermi nelle banche, che non rendono quasi nulla e rappresentano l’indice della nostra paura davanti al futuro. Se la gente cominciasse a spenderne una parte, salterebbe fuori il lavoro anche per i giovani”.