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Onshoring: cosa è e perché può convenire

Per decenni le società che volevano ottimizzare la propria redditività e marginalità caratteristica, hanno cercato di ridurre i propri costi operativi andando a delocalizzare parti della produzione (o interi processi) in Paesi dove il costo delle materie prime e – soprattutto – del lavoro era sostanzialmente molto inferiore rispetto a quanto avrebbero potuto ottenere nel Paese d’origine.
Determinante di una crescente disoccupazione nelle industrie locali, l’esternalizzazione internazionale di intere attività ha effettivamente consentito alle compagnie di ridurre i propri costi, mantenendo – in molti casi – l’ordinaria qualità della propria produzione.
Esternalizzando in altri mercati le aziende possono realmente tagliare i costi relativi alla selezione del personale, alla formazione, agli stipendi, ai contributi previdenziali e a tanto altro ancora. Tuttavia, non tutto è oro ciò che luccica e, nel caso dell’esternalizzazione, non sempre tale tendenza ha poi prodotto dei risultati fondamentalmente positivi.

 

Onshoring

Proprio per i rischi che un’attività di esternalizzazione massiva riesce a contraddistinguere, molte società hanno intrapreso una strada inversa, l’onshoring (“internalizzazione”).
Per comprendere come mai molte aziende abbiano invertito la rotta, basti comprendere quali siano i principali malus che hanno dovuto affrontare mediante processi di esternalizzazione non correttamente gestiti:
 
 Perdita di controllo delle attività produttive all’estero
 Qualità non sempre in linea con quella attesa
M
ancato monitoraggio delle fasi produttive
Dduzione costi del personale compensata da maggiori costi di “riparazione”

Elementi, quelli di cui sopra, che sono solamente una parte dei pregiudizi sofferti dalle imprese che esternalizzavano, e che hanno finito con il danneggiare i livelli di soddisfazione della clientela, nuocendo all’immagine del brand e allontanando una rilevante quota di parco clientela dai propri prodotti e servizi

Di qui, l’esigenza di compiere un passaggio per certi versi opposto, e internalizzare le operazioni precedentemente in offshore. Una tendenza che nel corso degli ultimi mesi sembra essere in fase di ulteriore accelerazione, complice l’emersione di alcuni Paesi in via di sviluppo, con ciò che ne consegue sul fronte dei salari (che si stanno gradualmente allineando a quelli dei Paesi più maturi). Oltre a ciò, si aggiunga come spesso il costo del trasporto dei beni stia nuocendo alla tenuta della tradizionale marginalità, andando a compensare le riduzioni di cui si è fatto cenno.
In altri termini, come spesso accade nelle relazioni internazionali (produttive e commerciali), l’offshore non è semplice la scelta più adatta che un’impresa possa fare per migliorare la sua marginalità, soprattutto se vuole mantenere un miglior controllo di tutte le fasi produttive e distributive, e se le sue lavorazioni sono contraddistinte da una specificità difficilmente replicabile.
Una buona società di consulenza per l’internazionalizzazione saprà certamente consigliarvi sul da farsi, individuando le attività che possono essere oggetto di offshoring, e quelle attività che, invece, necessitano obbligatoriamente di una maggiore lavorazione interna.