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Puntare troppo sul made in Italy fa male?

Ne ha parlato l’Economist (qui) e anche Il Post (qui), generando non poche polemiche e riflessioni: puntare troppo sul made in Italy fa male all’economia nazionale?

Come scrive l’Economist, quella italiana nei confronti della qualità nazionale è una vera e propria ossessione: e se è vero che gli italiani sono i primi a richiedere le tutele dei prodotti tipici (sono 924 i prodotti italiani garantiti dall’Europa contro, ad esempio, i 361 della Spagna), è anche vero che gli stessi italiani – sostiene il giornale – non sarebbero così bravi nella vendita. Probabilmente perché, aggiunge, non esistono catene di vendita internazionale italiana che possano spingere adeguatamente i prodotti made in Italy nei mercati (almeno) più appetibili. È quel che avviene, a ben pensare, anche all’interno dei nostri confini, indifendibili: un terzo del mercato è in mano a Carrefour e Auchan (ovvero, ai francesi).

Ancora, secondo l’Economist, le ragioni di questo fallimento (l’esempio più celebrato è quello di Eataly, che ha tuttavia un fatturato non paragonabile ai big globali) consistono proprio nella tendenza a “sacralizzare” il made in Italy: “L’Italia tradisce un innato protezionismo: piuttosto che competere sui mercati mondiali, i produttori italiani chiedono l’aiuto dell’Europa per tutelare i loro marchi tradizionali e massimizzare le rendite che riescono a estrarre dal loro prodotti di qualità”. Insomma, ossessionati dal tentativo di difendere le denominazioni, le tradizioni e le indicazioni geografiche, il giornale afferma che i produttori italiani abbiano in realtà trascurato aspetti importanti come produttività e inventiva. 

Nel dimostrar ciò, il giornale compie degli esempi abbastanza lampanti. Qualche anno fa i produttori della “focaccia di Recco” sono riusciti a ottenere una certificazione che impone l’utilizzo della denominazione “di Recco” solamente se la preparazione della focaccia è effettuata secondo la complessa e specifica ricetta originale, e solo se la focaccia viene prodotta nel comune di Recco e in un altro paio di piccoli comuni limitrofi. Peccato che, sostiene ancora l’Economist, qualche mese fa durante una fiera dell’artigianato i carabinieri sono arrivati a chiudere il relativo stand, e i gestori sono stati denunciati per frode alimentare. Ma soprattutto: se la focaccia si può produrre solo a Recco, e non si può surgelare e quindi trasportare, le possibilità di consumare il prodotto fuori Recco sono praticamente minime.

Insomma, in conclusione – aggiunge l’Economist – la sacralizzazione della tradizione italiana sarebbe anche una delle ragioni che spiega perché la produttività in Italia non cresce oramai da più di un decennio. Tutto male, dunque? Non proprio. Perché, in fondo, il giornale lancia una speranza: “I pomodori arrivano dal Nuovo Mondo, la mozzarella viene fatta con il latte di bufala, un animale dell’Asia portato in Italia durante le invasioni barbariche, il basilico arriva dall’India. E sono stati i migranti a portare la pizza di là dell’oceano, negli Stati Uniti. Il genio italiano si trova nell’inventiva e nell’adattabilità, non in un’immaginaria tradizione canonizzata dalle leggi dello stato”.

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