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Servizi per l’internazionalizzazione: come sono cambiate le strategie per l’export negli ultimi anni

Dall’ esplosione della grave crisi economica del 2008 ad oggi, le imprese italiane hanno conservato un’unica certezza: la possibilità di poter beneficiare di un gradevole contributo delle esportazioni, con il commercio estero che ha generato l’unico contributo positivo per i bilanci delle aziende tricolori, a fronte di una drammatica caduta della domanda interna.

In tale contesto, i servizi per l’internazionalizzazione hanno potuto fungere da guida per l’acquisizione dei migliori risultati sul fronte estero: ne è derivata la ricezione dei segnali più evolutivi sotto il profilo della composizione geografica dell’export, con i mercati emergenti oggi in grado di rappresentare la quota prevalente delle esportazioni, e con la rilevanza dell’eurozona fortemente ridotta rispetto alla prima parte dello scorso decennio.

Proprio i servizi di internazionalizzazione hanno poi condotto a un ulteriore risultato fondamentale: il consolidamento della considerazione che il mercato europeo non è più un mercato estero, quanto un nuovo mercato domestico comune, sempre più allargato e sempre più omogeneo rispetto a quello italiano, e non solo per l’omogeneità valutaria (quanto per vicinanza geografica, assonanza culturale, destino congiunturale, e così via).

Da quanto sopra ne consegue che il “vero” export, ancora in parte pioneristico per molte pmi, è quello nei confronti dei Paesi emergenti, dove internazionalizzazione e servizi per le imprese possono realmente infondere il proprio valore aggiunto, garantendo alle aziende italiane la giusta sicurezza nel fronteggiare tutti i pericoli (valutari, normativi, creditizi, politici, ecc.) che contraddistinguono le operazioni di export e di regolamento in Paesi emergenti, e non solo.

Per quanto invece attiene il modello di specializzazione delle esportazioni, non sembrano rivelarsi particolari novità. Il made in Italy dei beni alimentari e di consumo ha saputo raggiungere esigenze e preferenze sempre più ampie e varie, esportando prodotti di grande qualità che possano abbracciare i gusti dei c.d. “nuovi consumatori”. Dal vino ai gioielli, passando per l’abbigliamento e le calzature, il made in Italy ha quindi saputo cogliere le esigenze di consumo dei mercati emergenti, andando a fungere da ancora di salvezza per le imprese che hanno dovuto fronteggiare la grave crisi della domanda interna.

Sul fronte della struttura regionale dell’export, la crisi non sembra aver provocato grandi cambiamenti. Il Nord Italia è ancora la macroarea dalla quale si esporta di più, con una quota sul totale del commercio estero che supera il 70%, nonostante il parziale rallentamento di Lombardia e Veneto. Soddisfa il progresso in alcune regioni del Centro e del Sud, che hanno potuto beneficiare di gradevoli progressioni del commercio estero nel Nord Africa, in Asia, in Sud America.

In tale complesso scenario, i servizi per l’internazionalizzazione delle pmi hanno acquisito un ruolo prioritario nella definizione delle intere strategie di crescita aziendale, con una posizione proattiva nell’ argine dei principali pregiudizi che contraddistinguono la competitività del sistema Italia: dal mancato o inadeguato ricorso al credito alle competitività di prezzo, i servizi per l’export hanno guadagnato una crescente importanza che, nell’ arco di pochi anni, hanno potuto assicurare un ruolo preminente nell’ orientamento dei percorsi di sviluppo sostenibile delle aziende.

E per il futuro? Il trend sembra essere segnato: anche nei prossimi anni si assisterà a un incremento dell’importanza dell’export nelle politiche di crescita aziendale, con un contributo principale che proverrà dai mercati avanzati, in grado di riprendere quota dopo oltre 7 anni di crisi, riequilibrando gli scenari geopolitici e geoeconomici globali. In un’ottica di diversificazione i mercati emergenti riusciranno a conquistare un ruolo di primo piano, ma i loro tassi di crescita saranno inferiori rispetto alle prestazioni conseguite negli scorsi anni.

L’export italiano è previsto crescere di circa 7 punti percentuali l’anno, in valore, nei prossimi tre anni: una dinamica molto positiva che permetterà di colmare (almeno, parzialmente) il gap nei confronti di altri mercati d’origine esteri, con una particolare performance di rilievo nei confronti dei prodotti agricoli e alimentari, il cui commercio internazionale crescerà più velocemente rispetto ad altre produzioni. L’export dei beni di investimento – che ha risentito pesantemente della congiuntura sfavorevole nei mercati occidentali – riuscirà invece a recuperare terreno, trainato dalla ripresa della produzione e degli investimenti, e dalle esigenze legate all’ industrializzazione dei mercati emergenti. Uno scenario in continua evoluzione, che le imprese italiane interessate a un congruo sviluppo internazionale dovrebbero abbracciare proattivamente e prioritariamente attraverso apposite politiche di export.