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Vino italiano, scommettere sugli Stati Uniti continua a convenire

 

Gli Stati Uniti sono il primo consumatore mondiale di vino, con un livello medio (dati forniti dal Wine Institute con riferimento al 2014) pari a 3,22 miliardi di litri. Più del 50% in più, per intenderci, di quanto avviene nei nostri confini (l’Italia si conferma patria di ottimi degustatori con 2,04 miliardi di litri), e davanti anche alla Francia (second leader di questa classifica con 2,80 miliardi di litri), Germania (2,02 miliardi), e crescenti appassionati come i cinesi (1,58 miliardi di litri).

 

           

 

Tuttavia, guai a limitarsi al dato complessivo se si vuole comprendere il perchè convenga scommettere sull’export di vino italiano in USA. Perchè se è vero che oggi il vino italiano è tra i prodotti tricolori più amati degli States (insieme a moda, gioielli, motori), non è certo un caso.

 

I numeri parlano d’altronde chiaro: limitandoci ai dati ufficiali relativi ai primi sei mesi del 2015, periodo chiuso con un incremento del 27,5% nell’export, il vino ha inciso per il 5% sul totale dei beni venduti e – soprattutto – registrato un balzo del 19% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Un’evoluzione non certo inattesa, visto e considerato che tutte le principali analisi previsionali riponevano nel vino italiano grandissimi auspici, e che sembra essere ancor più rosea della maggior parte delle osservazioni preliminari.

In aggiunta al positivo dato relativo all’evoluzione quantitativa, giova ricordare come gli Stati Uniti siano anche Paese redditizio sul fronte della marginalità, grazie a un incremento della qualità del consumo (contrariamente a quanto superficialmente si ritiene quando si guarda, con scetticismo, alla bontà delle dispense americane). E in effetti, secondo le cifre fornite da Wine Institute, i consumi generali sono aumentati del 13% tra 2010 e 2014, fino a un picco stimato intorno ai 29 milioni di ettolitri. Naturalmente, la produzione interna a stelle e strisce continua ad essere predominante, ma le importazioni sono già salite al 31% del totale e potrebbero spingere ulteriormente il commercio internazionale nei prossimi mesi.

 

Per quanto riguarda ancora i vini più apprezzati negli Stati Uniti, i consumatori d’OltreOceano sembrano preferire soprattutto prosecco e champagne, con le bollicine cresciute del 28% in termini di consumi e del 50% in termini di importazioni dai principali fornitori esteri, come l’Italia.

 

Infine, per quanto concerne i luoghi di destinazione, le aziende italiane potrebbero avere l’imbarazzo della scelta, pur con qualche piccola accortezza. Se infatti è vero che si può puntare con particolare convinzione e certezza su “mercati nei mercati”, come quello di New York (con la Grande Mela che, da sola, può vantare più di 4 mila ristoranti di range elevato), o partner oramai sperimentati e consolidati come California, Texas e Florida, è anche vero che spesso muoversi in anticipo verso destinazioni meno battute può giovare.

 

Sul target di età, un ultimo interessante spunto: la fascia di consumatori americani che sta apprezzando in misura crescente il vino italiano è sempre più giovane. Val dunque la pena puntare sforzi sulla fascia dei 30-40 anni, accompagnando la proposizione del prodotto a un marketing che possa esaltare lo stile italiano.